L’invecchiamento demografico riduce la forza lavoro, eppure molti giovani continuano a incontrare difficoltà nell’accedere a un’occupazione stabile. Aiutarli ad avere successo nel percorso scolastico e nel mondo del lavoro è oggi fondamentale per la crescita di lungo periodo del Paese.
di Emilia Soldani and Tim Bulman, OECD Economics Department
In questi giorni, circa mezzo milione di giovani sta completando l’ultimo anno dell’istruzione obbligatoria in Italia. Sulla base delle tendenze recenti, di questi solo due terzi circa otterranno un diploma di scuola superiore, e meno della metà proseguirà all’università. Con l’invecchiamento demografico che pesa sul numero di giovani, per l’Italia valorizzare al meglio i propri giovani, integrandoli più efficacemente nell’economia e nella società, è quanto mai urgente.
Entro il 2026 l’invecchiamento della popolazione potrebbe ridurre di oltre un terzo il numero di persone in età lavorativa. Sebbene i giovani stiano diventando una risorsa sempre più scarsa in Italia (Figura 1), lo Studio economico dell’OCSE sull’Italia, pubblicato ad Aprile 2026, evidenzia come potrebbero contribuire all’economia, insieme ad altri gruppi sottorappresentati nel mercato del lavoro, come le donne.
Molti giovani faticano a passare dalla scuola al mondo del lavoro e quasi uno su cinque non lavora, né studia né è inserito in percorsi di formazione (NEET), mentre molti altri emigrano alla ricerca di migliori condizioni lavorative (la cosiddetta “fuga dei cervelli”).
La crescita futura dell’Italia dipende dalla sua capacità di utilizzare meglio il talento disponibile. L’Indagine economica dell’OCSE sull’Italia 2026 individua due principali pilastri d’azione: migliorare il sistema educativo e rendere il mercato del lavoro più favorevole ai giovani. Aiutare i giovani ad avere successo nello studio e nel lavoro sarà fondamentale per la crescita e il benessere a lungo termine del Paese.
Dotare i giovani delle competenze necessarie per il loro successo
Le riforme della scuola e dell’università dovrebbero mirare a coinvolgere maggiormente gli studenti, ridurre i tassi di abbandono e bilanciare l’istruzione generale con competenze rilevanti per il lavoro.
Ci sono stati significativi passi in avanti. Nei dieci anni tra il 2014 e il 2024, il tasso di abbandono scolastico è diminuito dal 15% al 9% e il tasso di NEET nella fascia d’età 15-29 anni è sceso dal 27% a circa il 16%, mentre la quota di giovani tra i 25 e i 34 anni con una laurea è aumentata dal 24% al 32% (Figura 2).
Tuttavia, il passaggio dalla scuola al mondo del lavoro rimane difficile e molti studenti escono dal sistema educativo con competenze deboli. Nell’ultima indagine OCSE PIAAC sulle competenze degli adulti, ad esempio, i giovani tra i 16 e i 24 anni hanno generalmente ottenuto risultati inferiori rispetto ai loro coetanei in altri Paesi, in particolare nei compiti di problem solving adattivo.
Le prestazioni degli studenti possono essere migliorate investendo nella qualità dell’istruzione, ad esempio collegando meglio gli stipendi degli insegnanti — attualmente ben inferiori a quelli della maggior parte degli altri lavoratori in possesso di un titolo di studio universitario — e le loro prospettive di carriera ai risultati ottenuti.
L’abbandono scolastico precoce è spesso un segnale di vulnerabilità e può rappresentare il primo passo verso la marginalizzazione sociale ed economica. L’identificazione precoce dei giovani a rischio di abbandono e marginalizzazione può garantire un supporto adeguato: sistemi formali integrati che monitorano la frequenza, i risultati e il comportamento possono essere utili a questo scopo. Allo stesso tempo, ampliare le attività estive nelle scuole può rafforzare il coinvolgimento degli studenti nella comunità e il loro senso di appartenenza.
Rafforzare il ruolo dell’esperienza pratica e del learning-by-doing può migliorare il coinvolgimento degli studenti a scuola e aiutarli a scegliere tra diverse opportunità di carriera o ambiti di studio successivi. Allo stesso tempo, può favorire lo sviluppo di competenze trasversali trasferibili come il lavoro di squadra, la gestione del tempo e dei conflitti e la risoluzione dei problemi, migliorando in ultima analisi il loro ingresso nel mercato del lavoro. Per garantire che gli studenti intraprendano tali opportunità, l’Italia ha reso obbligatori i tirocini curricolari nel 2015 per tutti gli studenti degli ultimi tre anni della scuola secondaria superiore.
Il cambiamento spesso richiede tempo e possono volerci anni perche`i benefici delle riforme educative diventino visibili. Nel 2022, l’ultima indagine PISA ha rilevato che oltre quattro studenti quindicenni su cinque non avevano mai partecipato a un tirocinio, un valore ben superiore alla media OCSE (Figura 3). Un ulteriore ampliamento della durata dei tirocini curricolari e il rafforzamento della loro qualità faciliteranno la transizione dalla scuola al lavoro, consentendo agli studenti di acquisire conoscenze tecniche, competenze pratiche e una maggiore consapevolezza delle proprie opportunità e scelte professionali.
Le riforme volte a rafforzare l’istruzione e la formazione professionale, compresa l’espansione della rete degli Istituti Tecnici Superiori (ITS) di livello terziario, e ad aumentare le collaborazioni tra università e industria aiuterebbero i giovani italiani a uscire dal sistema educativo dotati delle competenze e capacità richieste dai datori di lavoro, contribuendo a costruire carriere più solide e a sostenere il futuro economico del Paese.
Nonostante i progressi, la partecipazione ai percorsi tecnici e professionali rimane inferiore rispetto alla maggior parte delle economie dell’UE e dell’OCSE, anche a causa della percezione di un divario qualitativo tra l’istruzione generale e i percorsi professionali e della limitata offerta di corsi terziari professionalizzanti. Inoltre, si aggiungono disuguaglianze territoriali: molte delle aree in cui i risultati educativi medi sono più bassi e le opportunità di lavoro più scarse dispongono anche di un numero inferiore di posti negli ITS.
Offrire ai giovani un’opportunità nel mercato del lavoro
Nel decennio tra il 2013 ed il 2023, oltre il 6% dei giovani tra i 18 e i 34 anni ha lasciato il Paese alla ricerca di migliori opportunità all’estero, una perdita di circa 400.000 giovani. Molti di loro, altamente qualificati, appaiono poco inclini a tornare a lavorare in Italia. Questo fenomeno di “fuga dei cervelli” indebolisce il potenziale di crescita economica, aggrava la carenza di competenze e riduce il rendimento degli investimenti pubblici nell’istruzione. Diversi fattori contribuiscono a questo fenomeno, tra cui i salari, le prospettive di carriera e la dualità del mercato del lavoro.
Rispetto ad altri Paesi, i salari dei giovani sono spesso inferiori e crescono più lentamente con l’esperienza. Un segnale di ciò è rappresentato dalla quota di giovani lavoratori a rischio di povertà, più elevata rispetto alla maggior parte degli altri Paesi dell’UE. Le riforme del mercato del lavoro possono contribuire ad attrarre e trattenere i giovani lavoratori attraverso migliori retribuzioni e condizioni di lavoro.
Ridurre l’incidenza delle imposte sul reddito e dei contributi sociali sui lavoratori a basso reddito contribuirebbe a migliorare i loro standard di vita, compatibilmente con gli spazi fiscali disponibili; tuttavia, il principale ostacolo alla crescita dei salari per tutti i lavoratori resta la bassa crescita della produttività (Bulman & Soldani, 2026).
La formazione e la mobilità occupazionale possono portare a un aumento dei salari, ma pochi lavoratori in Italia hanno accesso a servizi di orientamento professionale o a percorsi formativi, soprattutto nelle imprese più piccole e in quelle con pratiche manageriali meno sviluppate. Rafforzare la formazione manageriale e migliorare l’accesso ai corsi di formazione sovvenzionati, in particolare per i lavoratori meno qualificati e per quelli impiegati nelle piccole e medie imprese, migliorebbe le prospettive di carriera. Questi sforzi possono essere coadiuvati dal processo, tuttora in corso, di rafforzamento della rete dei servizi pubblici per l’impiego, che può aiutare disoccupati e lavoratori ad ottenere lavori meglio retribuiti.
Il mercato del lavoro italiano è caratterizzato da una forte dualità: i lavoratori più anziani tendono ad avere contratti permanenti e sicuri, mentre i giovani e le persone prive di cittadinanza più frequentemente hanno lavori precari e peggio retribuiti. Questa duialità può ostacolare l’indipendenza finanziaria, la formazione di una famiglia e lo sviluppo di carriere stabili. Allo stesso tempo, l’occupazione instabile crea un circolo vizioso di insicurezza difficile da spezzare e può erodere le competenze della forza lavoro, sia attraverso l’uscita dal mercato del lavoro o dal Paese, sia attraverso l’obsolescenza delle competenze per chi vi rimane.
Relazioni di lavoro più stabili non solo migliorano le condizioni dei lavoratori, ma incentivano anche le imprese a investire nella formazione, anche in ambiti come le competenze digitali e manageriali, promuovendo in ultima analisi la crescita della produttività e aiutando le imprese italiane a rimanere competitive.
L’incertezza sugli effettivi costi di licenziamento nei contratti a tempo indeterminato induce spesso i datori di lavoro a preferire contratti temporanei, che sono più facili, rapidi ed economici da interrompere ma offrono minori tutele e opportunità di formazione ai lavoratori. Ridurre questa incertezza potrebbe contribuire a trasformare una parte dei contratti temporanei in assunzioni a tempo indeterminato.
Coinvolgere i giovani per sostenere il mercato del lavoro
L’invecchiamento della popolazione italiana rende il coinvolgimento dei giovani nell’economia più urgente che mai. Per gli studenti che completeranno il loro percorso di istruzione nei prossimi anni, migliorare i sistemi scolastici, universitari e di formazione contribuirà ad assicurare un futuro migliore e a sostenere la prosperità economica. Il Capitolo 2 dello Studio economico dell’OCSE sull’Italia descrive come percorsi più efficaci di transizione scuola-lavoro, un’istruzione professionale più solida e condizioni del mercato del lavoro più stabili possano generare significativi benefici economici e sociali e contribuire a ridurre l’onere economico legato all’invecchiamento della popolazione.
Fonti
OECD (2026), Studi economici dell’OCSE: Italia 2026, OECD Publishing, Paris, https://doi.org/10.1787/fea691db-it.
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